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lunedì 6 gennaio 2020

Il Nuovo Vietnam tra Iraq e USA?

Follia premeditata o squallido tatticismo elettorale ?
Credo sia questa la domanda più bisbigliata o quanto meno pensata in tutto il globo dopo i recenti sviluppi infuocati fra le relazioni tra USA e Iran. Ma come si è giunti a ciò? Tutto ha inizio venerdì 27 dicembre 2019 quando in Iraq, vicino a Kirkuk un contractor americano (cioè un mercenario) viene ucciso durante un attacco missilistico ad una base statunitense. Da qui in poi la crisi ha una impennata vorticosa. Gli USA rispondono accusando le truppe sciite filo iraniane in Iraq e di contro il 31 dicembre a Baghdad le fazioni sciite assaltano l’ambasciata degli Stati Uniti. Il giorno seguente il Presidente Trump alza la posta inviando altri 750 uomini nella capitale irachena e la morsa  sembra così un po’ allentarsi sul fronte opposto.
Il 3 gennaio 2020 tuttavia Trump decide a sorpresa di fare quello
che nel poker si chiama All-In, ovvero giocarsi tutti i soldi.
Mediante l’utilizzo di un drone gli USA fanno saltare in aria all’aeroporto di Baghdad il convoglio di auto su cui viaggia l’uomo più potente dell’Iran dopo la Guida Suprema Sciita, ovvero il Generale Qasem Soleymani, comandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Immediatamente la risposta dell’Iran arriva forte e chiara negli Stati Uniti: “PREPARATE LE BARE PER I VOSTRI FIGLI”.
Il 4 Gennaio il presidente Trump tenta invano di sperimentare la carta della prevenzione dal terrorismo ideologico, cercando di far arrivare anche all’Iran l’idea che Soleymani stesse complottando contro gli Stati Uniti di nascosto anche al proprio Governo. La mossa di conciliazione  non viene bevuta. Si arriva così al 4 gennaio, giorno in cui avvengono i funerali del Generale, il segretario di Stato USA Pompeo contatta le potenze NATO, ma non ottiene il sostegno che spera e si lamenta in diretta televisiva del poco coraggio europeo. 
Il 5 gennaio l’Iraq annuncia che chiederà il ritiro delle truppe americane e l’Iran conferma che uscirà dall’accordo internazionale sul disarmo nucleare. La ricerca e l’arricchimento dell’Uranio riprenderanno di gran corsa.
La situazione resta in divenire.
Passando ad una breve analisi salta subito all’occhio l’autonomia con cui gli Stati Uniti hanno gestito la faccenda, forse troppa anche.
Perché l’Europa si è mostrata fredda? Non per mancanza di coraggio o per voglia di agire finalmente con la  propria testa, ma solo perché la Libia è già un caso diplomatico  enorme da gestire, e come si può vedere la UE ha avuto scarsi risultati per ora.
Nonostante questa scelta di convenienza è evidente che l’Europa in generale soffra di appiattimento agli USA. L’assenza per molti  anni di una politica vera e comune europea ha fatto si che gli Stati Uniti considerassero gli Stati europei  più come pedine che come alleati ed ora ne condividiamo tutti la sorte e le colpe. Perché si in Iraq vi sono ben 900 militari  italiani e alcune migliaia di altri soldati provenienti da altre nazioni europee.
L’Italia in tutto ciò è stata comunque relegata ancor più ai margini, tanto da non essere nemmeno nel giro di telefonate fra Pompeo e i Ministri degli Esteri dei membri della NATO.
È preoccupante notare come nessuno ci abbia fatto molto caso, perché comunque l’Italia è tra i principali partner Nato.
Per riallacciarsi alla domanda iniziale, perché  Trump ha cercato di ritrattare o comunque riadattare le ragioni che lo hanno spinto ad ordinare l’uccisione di Soleymani?
Le spiegazioni sono e potrebbero essere molteplici, dalla motivazione elettorale, le guerre ricompattano da sempre  i popoli; un’altra versione parla di un errore di valutazione della reazione dell’Iran (verrebbe da chiedersi se siamo tutti in un Monopoli dove pur pianificando arriva sempre l’imprevisto).  Vi è poi quella più paradossale, un atto di vendetta puro e passionale, dettato dallo smacco subito alla Ambasciata di Baghdad. Una commissione di importanti psichiatri statunitensi si è pure spinta a chiedere una mozione al Congresso per valutare la sanità mentale del Presidente Trump.
Sta di fatto che quella fatale decisione non porterà altro che ulteriori morti di innocenti in tutto il medio-oriente. Come dice un antico proverbio, certo volte è meglio non svegliare il can che dorme, perché ci si caccia in situazioni spiacevoli e  non prevedibili.
Chiudo con una frase ad effetto, ma molto valida a mio parere.

“Se la storia si ripete, e l’imprevisto accade sempre, quanto incapace deve essere l’uomo di imparare dall’esperienza!”
(George Bernard Shaw)

Autore:
Dmtrij M. Gambaccini

mercoledì 18 dicembre 2019

Perché i Laburisti...

Giovedì 12 dicembre è stata una data che riecheggerà nella memoria degli Inglesi per tanto tempo: le elezioni politiche, che hanno visto vincitore Boris Johnson, leader dei Tory, stanno avendo una risonanza non solo nel territorio del Regno Unito, ma anche in tutta Europa. Il ri-eletto primo ministro ha di fatto declinato la sua campagna elettorale sul tema della Brexit, promettendo un’uscita imminente quanto necessaria (secondo il suo discutibile punto di vista) dall’Unione Europea, benchè si rinunci alla politica della Hard Brexit, prospettata in alcuni momenti della campagna elettorale.
La sua vittoria, ai danni del leader del partito laburista Jeremy Corbyn, non è altro che l’immagine dell’ondata politica sovranista e nazionalista che sta dilagando in tutto il nostro continente, difficilmente definibile centrista, aspetto che occasionalmente ha  caratterizzato il partito dei Tory, basti pensare a quanto fossero centro-conservatori i maggiori e più influenti leader storici, ad esempio Churchill e Thatcher.
Johnson ha fatto un gioco di necessità virtù, trovando un accordo in extremis con Bruxelles e dimostrarsi al pubblico inglese come colui che ha reso l’idea di Brexit attuabile in un periodo di tempo relativamente breve (si parla di un’uscita dall’Europa entro il 31 dicembre 2020), benchè ora si stia teorizzando un periodo di tempo cuscinetto, più morbido nei passaggi e che porti comunque (entro gennaio febbraio) ad una Exit veloce.
Corbyn ha sofferto la mancanza di idee ed alternative alla Brexit, concentrandosi più sulla politica interna rispetto a quella estera, prevedendo la possibilità di futuri referendum per rispondere a chi del proprio elettorato vedeva, comunque, la Brexit come una soluzione teoricamente giusta, ma sbagliata nelle modalità, ma sopratutto per attrarre quell'elettorato storicamente laburista ed ora liquido che stava tra l'astensionismo e la Brexit. Infatti l'operazione non è riuscita, questi ultimi hanno votato tutti Johnson. La mancanza di un polo radicale Laburista che proponesse una alternativa netta a Johnson non c'è stata, l'elettorato dei Labours è rimasto nei centri culturali e nelle Cities, con 10 MLN di voti Corbyn ha subito la sconfitta storica del Labour Paty, 203 seggi, con l'alta borghesia ed i ceti popolari che si rivolgono a Johnson.
Possiamo parlare di una sconfitta netta? I dati dimostrano come egli è riuscito sia a moltiplicare gli iscritti sia, soprattutto, a coinvolgere i giovani (circa il 40% hanno votato degli under 40 hanno votato Labourista), i quali rappresentano quella luce in fondo al tunnel che manifesta l’idea che l’Unione Europea debba esser un’entità sovranazionale necessaria e solidale, il cui motore è la volontà di noi giovani,di diversi paesi,di costruirsi un futuro roseo e di vederci uniti nelle diversità.
Hamza El Moukadar